COFAX

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Il Maradona dei tifosi, lo Zurbriggen dei capi popolo, lo Schumacher dei baristi. Ed il Michael Jordan degli amici. Giorgio Belluomini detto “Cofax” veniva da Lucca, aveva girato il mondo e si era fermato a Pistoia. Giusto per strapparci il cuore. Prima di lui c’era la nebbia, con lui la luce, ora non saprei proprio… «Non lo potete vedere, ma se combattete in suo nome e credete ciecamente in lui, riscalderà le vostre notti» (R. McLiam Wilson, Eureka Street). Come un dio. «Una delle persone più buone e speciali che siano mai passate su questa terra» (Ernesto Sgarano). Chi l’ha conosciuto, chi ha vissuto con lui momenti belli e (perché no?) brutti, non può dimenticarlo. Rilevò un bar, creò “il” bar e per noi era il Walhalla. Ancora oggi, senza sapere perché, i ragazzini chiamano il posto “il Cofax”. Ma ci pensate? Giorgio ha dato il nome ad un luogo… Arrivò ed impiegò poco a sconvolgere il pacifico tran-tran di tutti i giorni. «Qua potete fare tutto quello che volete, fuorché salire con i piedi sulle sedie, venire dietro al banco e giocare a carte».

Detto fatto e per 3 anni lunghi come 30 (’84-’87) dominò la scena. Commovente e vulnerabile, pazzo e testardo, vulcanico ed entusiasta, ipersensibile ed ingestibile, con una considerazione dell’amicizia al di là di ogni possibile etichettatura, Giorgio è stato nonno, padre, zio, fratello maggiore o minore per decine di ragazzi che, a casa sua, nel suo (nel nostro…) bar si sono sentiti meglio che a casa propria. Un porto sicuro, un rifugio dagli uragani della vita, dove sentirlo accanto voleva dire essere capiti, considerati, spronati, mai soli.

Schietto e leale, economicamente incosciente: in soldi prendeva 1 e spendeva 10, in affetto prendeva 10 e spendeva 100. Avvezzo ai trionfi e alle cadute repentine, ma irriducibile e, in fondo, saldo come una radice millenaria.

Creò “il” bar, creò il tifo del basket a Pistoia, tamburi, striscioni, trasferte tutti assieme. Tutto è nato da lui, continuato un po’ per lui, fatto in suo nome o dietro il suo esempio, la sua lezione. Rivitalizzò i disillusi, convinse gli scettici, spronò i timidi. Aperto 20 ore su 24 per basket: questo era Cofax, questo era “il” Cofax. E poi musica, birra e notti senza fine tra concerti improvvisati, film non stop e scherzi feroci. Con la gente che ti fermava: «Ma davvero vai al Cofax? Dai, raccontaci qualcosa…».

Due frequentatori, Alberto Camboni e Alessandro “Caifa” Gargini, si misero a raccogliere i nomi degli avventori abituali: arrivati a 750 si sono dovuti fermare… Ai montecatinesi progettava beffe e scherzi, rivolgendo loro taglienti sfottiture, ma non li odiava. Da lui venivano anche a bere e diceva che «senza di loro, la loro rivalità non saremmo stati niente».

Giorgio era un fuoriclasse di umanità, un trascinatore con un posto per tutti nel suo cuore e nella sua vita, fossero ricchi sfondati o piccoli Gavroche di periferia. Da lui cartello “sempre aperto”, ti leggeva dentro ma non riusciva poi ad essere sereno nei giudizi, perché ti guardava sempre con gli occhi del cuore, con gli occhi dell’amicizia. In lotta contro tutto e tutti, fossero giornalisti… vigili urbani, società di basket o… condomini, su questioni di principio non avrebbe mai ceduto, fino a farne una malattia. Lingua pronta, battute fulminanti, simpatia all’ennesima potenza, una faccia fra il buffo, l’ingenuo e una simpatica birbanteria da maschera plautina.

Acquistato a rate un maxischermo per i mondiali ’86 al negozio “Gavazzi”, fu multato dalla polizia municipale perché proiettava nel bar senza pagare la dovuta tassa Siae. Alla richiesta del pubblico ufficiale, rispose in modo leggendario: «Non cominciamo, io devo sempre finire di pagare Gavazzi, ora chi è questo Siae?». Da lui il cliente era re, sovrano, padrone («a paga’ e a mori’ c’è sempre tempo»), accolto in modo cordiale e caciarone, salvo poi diventare barman sussiegoso con l’avventore improvvisato. Una volta, però, gli fu richiesto un whisky con ghiaccio, impossibile da trovare al Cofax dove, per legge non scritta, tutte le bevande si servivano lisce. Giorgio non si scompose: «Just a moment, please!». Andò al frigo dei gelati, staccò una stalattite di ghiaccio e la mise nel bicchiere, con il bar in tripudio ed il cliente allibito di fronte ad un mad barman che accompagnò il gesto con la frase: «Et voilà. Whisky on the rocks. Prego!».

«Ma il Cofax è un’epoca, un’epoca dell’anima» incalza Elio Capecchi, il pittore degli striscioni. Treni, pullman, magliette, sciarpe, cappellini. Notti di cori e coreografie, amore ed ingenuità. Il gemellaggio con Siena sua (e mia) terra promessa. Al Cofax era pane duro per tutti, persino per i dirigenti della società di basket. Giorgio osò persino restituire i biglietti del treno speciale per Firenze al presidentissimo Becciani, perché era stato aumentato il prezzo per il derby con Montecatini. Una vera insurrezione, con la gente inferocita a cacciare fogli da 50 mila a presa per i fondelli («Se non avete soldi per fare la serie A, vi si danno noi»). Intervenne il compianto Giuliano Carrara e risolse tutto di tasca sua… Difficile, impossibile raccontare cos’è stato “il” Cofax, chi è stato Cofax. Da dove cominci? Dal basket, dalla musica, dalle sensazioni, dalle troppe albe viste col cuore riscaldato dall’amicizia, magari a cacciar via la grande nevicata dell’85 o le sconfitte brucianti nei derby. La vita sembrava felice e radiosa, noi troppo giusti e senza problemi, con il basket a riempirci i giorni e le ore. Un po’ come in “Backstreets” di Springsteen. Imitavamo gli eroi dei film ed ora siamo costretti a nasconderci in strade secondarie.

E quando la promessa è spezzata, ci vuole qualcosa che venga dal cuore per poter sopravvivere. Manca Giorgio, più passa il tempo e più manca. In tempo di passioni plastificate, emozioni disboscate, il suo ricordo è sempre un antifurto per l’anima. E nessuno di noi cambierebbe i suoi anni di vita e di basket al Cofax con 100 Coppe dei Campioni. È vero, eravamo degli illusi, il mondo va avanti e noi siamo rimasti fermi a Daviddi. Però chi non c’era va perdonato e non può capire. Può solo bere l’ora frenetica di oggi e lasciarci in pace, noi, Cofax, il Cofax, Andrea Daviddi immortale-unico-vero capitano, e tutto ciò che appartiene a noi e non a lui. Gli lasciamo tutto il resto con piacere e con un po’ di sollievo, perché non ci interessa e ci appartiene solo in minima parte. Le nostre emozioni non sono le sue e non puoi spiegare ad un ateo l’esistenza di Dio. A noi resta molto. E Cofax. «È difficile dire quanto sia forte il suo ricordo. Come fai a versare la vita di un uomo in poche righe di piombo? Cosa resta della sua verità, dei pensieri, i sogni, gli affetti, le piccole manie, l’ironia, i sorrisi, le paure, i piaceri, le ferite mai conosciute, le gioie segrete, le parole non dette, gli abbandoni, le scoperte fatte giorno dopo giorno in quel breve viaggio dentro il mistero che ci racchiude? Quanto sai di lui, per quanto amico tu gli sia stato? Immagini, episodi, spiccioli» (Giorgio Tosatti, “Dolcezza di maestro”). Il Cofax è un luogo. Dell’anima. Ed è ancora il più bello di questa terra.

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